2° EDIZIONE 2016 // Arti performative per luoghi e non luoghi

L’antropologo parla di quel che ha sotto gli occhi: città e campagne, colonizzatori e colonizzati, ricchi e poveri, indigeni e immigrati, uomini e donne; e parla, ancor più, di tutto ciò che li unisce e li contrappone, di tutto ciò che li collega e degli effetti indotti da questi modi di relazione.
Marc Augé

ENJOY YOUR TOWN // La seconda edizione
La 2° edizione del festival ENJOY YOUR TOWN, Festival di arti performative è programmata dal 26 marzo al 30 aprile 2016 si svolgerà come l’anno precedente nelle aree urbane del centro storico di Imola nel mese che intercorre tra la giornata internazionale del teatro e la giornata internazionale della danza. Le novità di quest’anno sono principalmente l’utilizzo di anche di aree private (case, giardini interni…) e una parte dedicata alle arti terapie con conferenze e workshop. Vetrina per gli emergenti in ambito di danza, teatro e artisti di strada e circensi. Il festival è organizzato da Panta Rei Associazione di Liberazione delle Arti e Quintoveda, realtà artistica e culturale situata nel centro storico di Imola.

L’obiettivo del festival è proporre una vera e propria EPIDEMIA CULTURALE all’interno della città. Arti performative che si insinuano tra la gente nei luoghi urbano dove la gente va…UNA PANDEMIA. Perfettamente il linea con la nostra progettazione del 2016 l’obiettivo è l’ invasione culturale della città, nei suoi luoghi, ma anche, e soprattutto NEI SUOI NONLUOGHI dove le persone possono comunque incontrare, anche se casualmente, arte e cultura, dove sempre casualmente se ne possono appassionare… Dove ancora più casualmente, che sia in uno spazio pubblico o privato, può iniziare il
percorso culturale di qualcuno, dove si può sviluppare un principio di cittadinanza, di appartenenza e condivisione rispetto ad uno spazio.

UN PROGETTO PER GLI SPAZI DELLA CITTà.
Tra Luoghi e non luoghi della modernità// Una riqualificazione degli spazi attraverso le arti performative

La stessa logica spaziale che opera nella gentrificazione dei centri storici, interessa una serie di altri ambiti segregati come le gated community, gli shopping mall e i parchi tematici, che nel loro insieme contribuiscono a configurare una città sempre più frammentata, percorsa da molteplici geografie che ne ricompongono solo parzialmente i frammenti collegandola con l’esterno. Queste geografie sono geografie strutturate, descrivibili cioè solo per funzioni, oppure per nodi che catalizzano particolari funzioni e ai quali si tenta di fornire un “senso”, una chiave di lettura come alle enclave gentrificate. Sono proprio questi nodi che Marc Augé chiama “non luoghi”. L’antropologo Marc Augé attribuisce ad un luogo tre caratteristiche essenziali: essere identitario – in grado quindi di individuare l’identità di chi lo abita – essere relazionale – stabilendo una reciprocità dei rapporti tra gli individui funzionale ad una comune appartenenza – essere storico – mantenendo la consapevolezza delle proprie radici in chi lo abita. Per individuare un luogo antropizzato, storico o moderno, si utilizza la nozione di centro, un luogo spesso connotato da una adeguata monumentalità. I vari centri di potere sono al contempo luoghi monumentali, simboli della potenza dello stato e metafore visive di una ideologia condivisa da una nazione. Le abitazioni dei comuni mortali, anche se prive di aspetti monumentali o celebrativi, sono anch’esse luoghi che in diversa misura individuano la formazione culturale dei loro abitanti e la loro appartenenza sociale, conservano le loro memorie, condizionano comportamenti e creano consuetudini di utilizzo. Sono edifici che rendono riconoscibili i luoghi, sostanziano la memoria individuale e collettiva. Il dubbio insinuato da Marc Augé è che l’attuale sistema spettacolare di società stia distruggendo il concetto di luogo così come lo si è conosciuto sino ad ora. Le strutture e gli edifici che il sistema adibisce al transito, al commercio, al trasporto, alla cura sanitaria, alla socialità e al tempo libero non posseggono più le caratteristiche identitarie, relazionali e storiche che li distinguevano nel passato. Ed è proprio all’interno di queste strutture che tutti trascorriamo oggi gran parte della nostra vita. Nasciamo e moriamo in ospedale e molti di noi vivono il percorso intermedio in un perenne stato di transito, ospitati in maniera provvisoria in catene alberghiere, club vacanza, residence, abitazioni per la terza età, sostando in sale d’attesa di aeroporti e stazioni ferroviarie, procurandosi il necessario alla sopravvivenza in giganteschi ipermercati. Le strutture che ospitano questi servizi e funzioni sono concepite per un utente generico, spersonalizzato, non per un individuo specifico riconoscibile come diverso dagli altri. Per individuare l’utente è sufficiente il numero di un documento di identità o di una carta di credito. Gli scambi sono diventati muti, che ci si trovi in un centro commerciale, all’ingresso di una autostrada, ad un distributore di benzina, di fronte ad un bancomat in attesa di contante, e che si abbia di fronte una macchina obliteratrice o un addetto umano.
Le nuove megastrutture che Augé ha definito non luoghi rappresentano fisicamente questa visione di un mondo del consumer, ma sono anche la rappresentazione architettonica di un mondo globalizzato e senza confini – per chi ha “le carte in regola” e non è un sanspapier – interconnesso da una rete di percorsi di uomini e cose di cui i non-luoghi sono nodi strutturali. La società nomade del secondo millennio contrappone nodi e reti di un mondo senza confini ai luoghi tradizionali di una società essenzialmente sedentaria. Nei non luoghi dello scambio prevale la misura dello standard. Standard è la lunghezza dei percorsi, il numero di lux degli impianti illuminanti e di decibel emessi dagli altoparlanti, la distanza tra un luogo di sosta e l’altro e il tipo di informazioni diramate. Qui si realizza compiutamente la macchina per abitare: ergonomica, efficiente, tecnologicamente confortevole. Ed è inevitabile che i non luoghi siano identici in tutto il mondo. Un altro paradosso dei non luoghi è che sono tra loro simili, ma al contempo sono diversi. Un paradosso evidenziato da Augé che afferma: Paradosso del non luogo: lo straniero smarrito in un Paese che non conosce – lo straniero “di passaggio” – si ritrova soltanto nell’anonimato delle autostrade, delle stazioni di servizio, dei grandi magazzini o delle catene alberghiere”. Nei non luoghi vi è sempre un posto specifico – in vetrina, su di un manifesto, a
destra dell’aereo, a sinistra dell’autostrada – per delle “curiosità” presentate come tali – gli ananas della Costa d’Avorio, Venezia città di Dogi, la città di Tangeri, il sito di Alèsia – ma essi non operano alcuna sintesi, non integrano nulla, autorizzano solo per il tempo di un percorso la coesistenza di individualità distinte, simili e differenti le une dalle altre. Per soddisfare il bisogno di cibo, dentro un centro commerciale o nel grande albergo di una catena internazionale troviamo ristoranti cinesi, indiani, italiani, francesi, giapponesi, tutti fedelmente riprodotti nel loro stile locale. Le differenze paesistiche e culturali del mondo sono così ridotte al concetto di tipico. L’esperienza del viaggio turistico è oggi visualizzata in una sequenza di immagini da mostrare al rientro a casa. Le foto del viaggio sono immagini frammentarie e tipiche e i centri commerciali, che le riassumono visivamente, entrano quindi a buon diritto nei circuiti turistici costituendone spesso la maggior attrattiva. Le letture positive che vengono date alla banalizzazione spaesante dei non luoghi non percepiscono il progressivo impoverimento di un mondo dal quale scompaiono culture tradizionali e diversità bioculturali, arrivando a sostenere che l’omologazione altro non è che la realizzazione di un principio di uguaglianza e di omogeneità per il quale la migliore architettura e urbanistica ha lottato nel 1900. Al contrario, l’omologazione del paesaggio costruito è ormai una caratteristica che accomuna supermercati e aeroporti così come centri storici, luoghi di cultura e di intrattenimento, generando un’avvilente sensazione di già visto che elimina ogni emozione dovuta alla scoperta di diverse culture, di diverse modalità di vita e di relazione, di diversi gusti e sapori. Identica è infine la sensazione di solitudine che ne deriva perché, come dice ancora Augé, per sentirci in un contesto sociale non ci rimane che guardare lo spettacolo degli altri che camminano e, a loro volta, ci osservano: uno spettacolo dove attori e spettatori si confondono in un reciproco e continuo scambio delle parti. Uno sorta di struscio globale, privato dell’umanità della reciproca conoscenza come della curiosità nella scoperta del diverso.

LA SOCIETà LIQUIDA // Tra luoghi pubblici, luoghi privati e insicurezza, per un cittadinanza attiva

Enjoy Your Town quest’anno entra anche negli spazi privati, nei giardini interni, nelle case: entra a toccare con mano la vita delle persone. Produce relazioni, permette di conoscere luoghi finora NON VISTI. Un’idea di città che diventa comunità, che condivide e cresce.
Società liquida: con questa idea Zygmunt Bauman illustra l’assenza di qualunque riferimento “solido” per l’uomo di oggi. La società liquida inizia a delinearsi con quella corrente detta post-moderno. Il postmodernismo segnava la crisi delle “grandi narrazioni” che ritenevano di poter sovrapporre al mondo un modello di ordine, si è dedicato a una rivisitazione ludica o ironica del passato, e in vari modi si è intersecato con le pulsioni nichilistiche. Ma per Bordoni anche il postmodernismo è in fase decrescente. Esso era di carattere temporaneo, ci siamo passati attraverso senza neppure accorgercene, e sarà un giorno studiato come il pre-romanticismo. Serviva a segnalare un avvenimento in corso d’opera, ha rappresentato una sorta di traghetto dalla modernità a un presente ancora senza nome. Per Bauman tra le caratteristiche di questo presente in stato nascente si può annoverare la crisi dello Stato. Scompare un’entità che garantiva ai singoli la possibilità di risolvere in modo omogeneo i vari problemi del nostro tempo, e con la sua crisi ecco che si sono profilate la crisi delle ideologie, e dunque dei partiti, e in generale di ogni appello a una comunità di valori che permetteva al singolo di sentirsi parte di qualcosa che ne interpretava i bisogni. Con la crisi del concetto di comunità emerge un individualismo sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno, da cui guardarsi. Questo “soggettivismo” ha minato le basi della modernità, l’ha resa fragile, da cui una situazione in cui, mancando ogni punto di riferimento, tutto si dissolve in una sorta di liquidità. Si perde la certezza del diritto e le uniche soluzioni per l’individuo senza punti di riferimento sono da un lato l’apparire a tutti costi, l’apparire come valore e il consumismo. Però si tratta di un consumismo che non mira al possesso di oggetti di desiderio in cui appagarsi, ma che li rende subito obsoleti, e il singolo passa da un consumo all’altro in una sorta di bulimia senza scopo. Che cosa si potrà sostituire a questa liquefazione? Non lo sappiamo ancora e questo interregno durerà abbastanza a lungo. Bauman osserva, sia tipico dell’interregno il movimento d’indignazione. Questi movimenti sanno che cosa non vogliono ma non che cosa vogliono. C’è un modo per sopravvivere alla liquidità? C’è, ed è rendersi appunto conto che si vive in una società liquida che richiede, per essere capita e forse superata, nuovi strumenti. Strumenti di comprensione del reale. Strumenti di lettura, in questo caso, alternativi. Non il telegiornale, ma le arti, che, quando calate nella contemporaneità si occupano di leggere e interpretare l’OGGI, QUESTO MONDO, NEL TEMPO PRESENTE A CUI APPARTENIAMO.